Cinquant’anni di Sturmtruppen, perché la satira antimilitarista di Bonvi è sempre attuale


Brancolano nel buio in una eterna guerra di trincea. Insensata, proprio come tante guerre vere. Il sergenten è sadico ma allo stesso tempo ridicolo, il cuoken cucina da far schifo (non aiuta il fatto che insaporisca le zuppe con arti di cadaveri), gli eroiken portaferiten riescono con la loro goffaggine a peggiorare, se possibile, le condizioni dei commilitoni colpiti. E poi c’è la piccola fedetta prussianen, del tutto inutile dal momento che non vede mai niente. Insomma, una vita durissima, per il soldaten semplice Otto. Cinquant’anni di tutto ciò, ovvero di “Sturmtruppen”, sono in mostra a Bologna: 250 opere dell’Archivio Bonvicini e in gran parte inedite a Palazzo Fava fino al 7 aprile.  

La striscia italiana più famosa nel mondo è nata poco lontano, sul tavolo di un’osteria di Modena. La leggenda vuole infatti che le prime vignette di “Sturmtruppen” siano state disegnate su una tovaglia, nell’ottobre di un anno destinato a passare alla storia, il 1968. Il fumettista 27enne Franco Bonvicini presentò un mese dopo i suoi stralunati soldati al Salone del fumetto di Lucca, dove avrebbe vinto il concorso del quotidiano “Paese Sera”, che cominciò così a pubblicare le sue strip. Nel corso degli anni la satira antimilitarista di Bonvi approderà su tante diverse testate, non solo italiane. Basti pensare che “Sturmtruppen” è stato il primo fumetto straniero a essere pubblicato in Unione Sovietica ed è stato tradotto in undici lingue.

Ma perché “Sturmtruppen” è piaciuta così tanto? Perché fa così ridere? La lingua, innanzitutto. Bonvi fa parlare i suoi soldatini con un improbabile italiano-tedesco in cui le parole finiscono con la “-en” e le “v” diventano “f” (“Cosa defo faren?”) . Ecco allora che la altezzosa retorica degli alti comandi della Wehrmacht viene smontata in pochi secondi quando fa il suo ingresso l’”uffizialen superioren” o il “sottotenenten di komplementen”. Un linguaggio che oggi forse qualcuno considererebbe politicamente scorretto. Ma lo scopo era quello di ridicolizzare i nazisti – e in genere tutte le esasperazioni di un militarismo crudele ed ottuso-, non la Germania (Bonvi tra l’altro realizzò delle storie appositamente per il pubblico tedesco). E poi gli italiani non vengono certo risparmiati: uno dei personaggi più divertenti è il “fiero alleaten” Galeazzo Musolesi (già dal nome micidiale parodia di fascismi vari, incrocio tra Galeazzo Ciano e Benito Mussolini).
Molte altre sono le peculiarità del fumetto e le ragioni della sua popolarità. Il tratto inconfondibile, la capacità di far ridere in un contesto così cupo attraverso situazioni ciniche o surreali, la mancanza di un unico protagonista, sostituito da un universo di omini buffi ma anche cattivi, distratti e spietati. Non a caso Vasco Rossi l’ha definita “l’opera rock” di una “rockstar del fumetto”. E naturalmente non c’è solo comicità: i livelli di lettura sono diversi. Con l’evolversi della striscia, gli iniziali riferimenti all’esercito nazista e alla seconda guerra mondiale si diradano un po’, e le Sturmtruppen diventano sempre più rappresentative di tutte le guerre e dell’ottusità umana in ogni campo della vita, non solo quello militare. Soldati universali, in perenne attesa di un nemico che, proprio come i tartari di Buzzati, non arriva mai.

Arriva invece il successo, e presto.  Sin dagli anni ’70: i soldatini diventano cartoni animati, sbarcano a teatro, al cinema per due lungometraggi diretti da Salvatore Samperi: nel 1976 con Cochi e Renato (e lo stesso Bonvi che si concede un cameo) e nel 1982. Si moltiplicano le loro apparizioni, gli oggetti di merchandising, l’autore li disegna anche per l’agenda ufficiale ‘95/96 dell’Esercito Italiano, una mossa che ha potuto stupire solo chi non conosceva il suo essere libero e fuori dagli schemi. Bonvi ha continuato a raccontare le storie di Otto, Fritz e gli altri fino alla sua morte prematura, a 54 anni, nel 1995, per un incidente stradale.

Ma Franco Bonvicini non è stato solo Sturmtruppen. Basti ricordare il personaggio di Cattivik, strepitosa parodia dei diabolici personaggi del fumetto italiano che terminavano il loro nome in k, da Diabolik a Satanik, poi affidato al “discepolo” Silver. O le avventure fantascientifiche di “Storie dello spazio profondo”, firmate con l’amico di sempre  Francesco Guccini. Merita poi un discorso a parte il rapporto di Bonvi con la televisione dal momento che uno dei suoi personaggi di maggior successo, creato con Gudio De Maria, è Nick Carter, esilarante detective realizzato appositamente per la leggendaria trasmissione “Gulp! Fumetti in tv” (poi “Supergulp”), di cui è poi diventato il simbolo.  Anche loro avranno spazio nella mostra, curata da Sofia Bonvicini, la figlia dell’artista. “Sono un prodotto dell’Emilia”, diceva Bonvi. Una ragione in più per andare a Bologna e ridere e pensare ancora con i suoi disegni.
 


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Mario Calabresi
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