La rete del monsignore vaticano per salvare le donne schiacciate dalla violenza


Città del Vaticano – Maritza in Perù, Esha in Kenya, Maria in Vietnam e Grecia in Messico. Quattro nomi, quattro volti, quattro storie (terrificanti), un medesimo destino. Sono tutte giovani donne che in luoghi lontani, senza sapere l’una dell’altra, sono legate da un filo rosso. Ognuna sopravvive arrancando con fatica, schiacciate prima dalla violenza e poi dalla miseria, doppie vittime di un sistema maschile che non lascia spazio né ai diritti né alla speranza. Storie invisibili, quasi banali nella loro convenzionalità di un male diffuso a diverse latitudini, con le botte dei compagni a corredo, la consapevolezza di non poter avere ascolto nemmeno dalla polizia locale, l’abbandono progressivo della speranza, persino l’assenza di uno sguardo compassionevole.

Le vite degli invisibili procedono nel silenzio e nel buio. Per loro fino a quando non è avvenuto un incontro inaspettato, incidentale, con un prete italiano, don Gigi Ginami che ha interpretato la sua missione aiutando chi può, con quel che può, salvando personalmente un esercito di invisibili altrimenti destinati a scomparire da ogni radar. «La condivisione cura anche la malattia più oscura che in Occidente ammazza e si chiama solitudine» ha scritto Ginami in uno dei suoi libricini – ormai quasi una ventina – che raccontano le vicende raccolte sulla strada del Messico, in Perù, in Amazzonia, in Kenya, in Vietnam. Sono diari di viaggio che vengono poi pubblicati in Italia e venduti a 5 euro. Questo sistema serve a finanziare micro progetti ai quali Ginami dedica tutto il suo tempo libero, quando va in ferie, quando non lavora in Segreteria di Stato.

Da quando gli è morta la mamma Santina, una decina di anni fa, questo prete bergamasco, simpatico e ciarliero, gira il mondo a scovare le tante Maritza, Esha, Maria e Grecia ma anche bambini che vengono adottati a distanza garantendo loro cibi, abiti e istruzione. Una rete nata in sordina, cresciuta col tempo, fino a concretizzare molto. In questo modo sono state costruite una scuola in mattoni in Perù, le fognature in un paesino sperduto sulle Ande, un pozzo d’acqua in Kenya e un altro in Iraq. Decine di donne si sono emancipate e hanno trovato il coraggio di prendersi cura delle loro vite. Studenti meritevoli hanno avuto le rette pagate per gli studi. L’elenco dei beneficiati è lungo ed è visibile sulla pagina Facebook della Fondazione Santina.

Il vero miracolo è che in dieci anni dal nulla la rete di raccolta fondi ha fruttato oltre un milione di euro, raccolti soprattutto girando per le parrocchie italiane a vendere i libri scritti in presa diretta ( a volte talmente crudi da fare restare senza fiato e costringere una interruzione alla lettura). Tutto denaro tracciato, visibile, controllato nella destinazione finale. Maritza in Perù, Esha in Kenya, Maria in Vietnam e Grecia in Messico che hanno ritrovato il sorriso, ringraziano. Ognuna è protagonista di un libricino pubblicato da Velar Marina e presentato alcune sere fa da quattro veterane del giornalismo, corrispondenti straniere molto apprezzate a livello internazionale: Valentina Alazraki di Televisa, Esma Cakir, presidente della Stampa Estera, Patricia Thomas di Associated Press e Vania de Luca della Rai

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