Monumento ai Ragazzi del ’99 in piazza Gramsci, un dibattito che forse non finirà mai Le foto


Gli Arditi della Grande Guerra © Secolo Trentino

Sarà davvero un milite della Prima Guerra Mondiale? E’ un paracadutista italiano o un soldato inglese? Sarà un francese della Grande Guerra o un italiano del Secondo Conflitto Mondiale?

Sono queste gli interrogativi che, già a poche ore dall’inaugurazione della statua del militare con tricolore in piazza Gramsci, i minervinesi si sono posti tra i vicoli del nostro paese e nelle piazze virtuali dei social, dove chiunque cerca di dire la propria, spesso spacciandosi per esperto di uniformi e storia militare. Abbiamo voluto approfondire la questione in modo da dare una risposta a quello che è diventato un “caso storico” e che – comunque andrà a finire la disputa – ci auguriamo possa rendere il monumento ancora più curioso agli occhi dei minervinesi e dei visitatori..

Abbiamo coinvolto la ditta Fondet che ha realizzato l’opera, nonché diverse personalità in grado di illuminarci al riguardo, esperti di storia e di storia dell’arte, in modo da avere tutti gli elementi che potessero aiutarci a leggere in maniera corretta la statua in questione.

La cosa che più ci ha colpito è stata la discordanza tra i pareri forniti e, soprattutto, quel velato senso di dubbia collocazione storica che lascia aperta la questione. Cerchiamo dunque di riassumere le varie tesi.

Sicuramente la statua, che nelle intenzioni va a raffigurare un soldato minervinese della classe di leva del 1899, può essere interpretata storicamente solo a partire dal vestiario poichè, per volere dell’amministrazione comunale e dell’A.N.M.I.G. di Minervino, non comprende armi e munizioni. Molti elementi della divisa e dei componenti di protezione lasciano adito a molti dubbi. Se per alcuni è con molta probabilità una divisa indossata durante il secondo conflitto mondiale, per altri non sarebbe così certo.

In effetti vi era un corpo militare che durante la Grande Guerra possedeva una divisa simile a quella raffigurata ed era il corpo degli Arditi. Abbiamo cercato delle immagini che mostrassero come erano vestiti questi militari che furono fondamentali nella vittoria italiana dopo la disfatta di Caporetto. A differenza del resto dell’Esercito che indossava la giubba con bavero chiuso, gli Arditi avevano in dotazione una giubba a bavero aperto presa in prestito dai bersaglieri ciclisti, più comoda e pratica, con una tasca sulla schiena detta “cacciatora” per il trasporto dei petardi. Sotto questa giacca all’inizio venne indossato un maglione a collo alto in lana, anch’esso preso dai bersaglieri, mentre più tardi venne utilizzata una camicia grigioverde con cravatta nera.

L’elemento discriminante rispetto alla dotazione degli arditi restano le scarpe che si prestano ad equivoci e soprattutto la mancanza delle fasce mollettiere. In realtà l’uso di scarpe in cuoio simili a quelle raffigurate era una caratteristica degli ufficiali e delle truppe di montagna, come si evince anche dall’archivio storico “Dal Molin”.

Discorso a parte merita l’elmo, molto più simile a quelli utilizzati durante la seconda guerra mondiale a detta di alcuni dei nostri contatti, assolutamente risalente al primo conflitto nella versione della ditta.

Ma chi è allora il soldato disarmato che da qualche giorno sventola il tricolore in piazza Gramsci a Minervino?

Per porre fine alla polemica potremmo rispondere che è un ufficiale degli Arditi. Per alimentare la diatriba risponderemmo che troppi elementi si prestano ad equivoci e doppie letture che potevano forse essere evitate avendo più attenzione in fase di progetto.

Molti caduti del ’99 erano tra gli Arditi che i militari asburgici dovettero fronteggiare, un nemico insolito: soldati agili e veloci, con le mostrine nere, che li colpirono all’improvviso con bombe a mano, pugnali e lanciafiamme, penetrando nei fortini e bloccando le gallerie scavate nella roccia. Poi, anche se isolati, respinsero i contrattacchi austriaci fino all’arrivo dei rinforzi. Erano gli arditi, le nuove truppe dell’esercito italiano.

Dai pareri che abbiamo raccolto ci ha colpito particolarmente un elemento che a molti, in questi giorni di dibattito social, è sfuggito. Il soldato rappresentato in piazza Gramsci è disarmato.

La memoria storica che si accompagna al monumento per come è stato ideato, dunque, non porta l’osservatore a soffermarsi sul militare in sè, sulla forza dell’esercito, sulle sue armi, ma sul significato che quel ragazzo inerme compie: alzare al cielo una bandiera anzichè un fucile, per richiamare chiunque lo guardi al valore incommensurabile della pace, che i Ragazzi del ’99 anelavano e che perseguirono a costo della propria vita.



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