Salvate i soldati fragili | Estreme Conseguenze


Forze dell’ordine: muoiono più da suicidi che in servizio. Lo scorso anno sono morti con la propria arma di ordinanza 9 poliziotti e 5 carabinieri. 188 uomini e donne in divisa negli ultimi 5 anni, di cui 40 solo tra i Carabinieri. Secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, i dipendenti della Polizia di Stato caduti in servizio nell’anno 2016 (al 27 luglio) sono stati soltanto due, mentre i militari dell’Arma dei carabinieri deceduti in servizio nell’arco dello stesso periodo sono cinque, di cui due uccisi. I suicidi in seno all’Arma dei carabinieri sono 4 volte superiori al dato nazionale considerando la fascia di età tra i 20 ed i 60 anni. Nell’80% dei casi è stata utilizzata la pistola d’ordinanza. I nuovi dati dell’Osservatorio Cerchio Blu sui suicidi nelle forze dell’ordine sono allarmanti. Una risorsa del Paese che vive sottopagata e senza diritti

Si sparano con l’arma di ordinanza. Magari nel bagno della caserma dove prestano servizio. Come è accaduto a Enrico di Mattia, Caporal maggiore dell’Esercito morto suicida a Palazzo Grazioli lo scorso luglio. Oppure, come è accaduto proprio pochi giorni fa a Livorno, nel bagno del proprio ufficio. Lì un carabiniere di 51 anni originario di Massa prestava servizio e lì si è sparato. “Sconosciuti i motivi del gesto”: questo si legge nel quotidiano locale che ne dà notizia. Eppure è il quarto militare che si uccide negli ultimi quattro mesi, in una scia di gesti estremi che coinvolgono in maniera trasversale tutte le forze armate. A febbraio, un altro Caporal maggiore si era tolto la vita sparandosi col fucile nel bagno del personale della fermata metro Barberini, a Roma, e a dicembre dello scorso anno un Granatiere di stanza a Spoleto si era impiccato durante il periodo di licenza. Tutto sembra suggerire che siano gesti da considerare isolatamente. Ma se guardiamo al dato complessivo, quello che accomuna le storie di questi uomini in divisa non è solo la loro tragica fine, la denuncia sulle loro condizioni di lavoro e su un sistema intoccabile di autocontrollo che vieta qualsiasi forma di imbarazzo sono all’ordine del giorno anche nei forum non ufficiali dell’Esercito. Tanto per far capire meglio la dimensione del fenomeno basti pensare che, secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, i dipendenti della Polizia di Stato caduti in servizio nell’anno 2016 (al 27 luglio) sono stati soltanto due, mentre i militari dell’Arma dei carabinieri deceduti in servizio nell’arco dello stesso periodo sono cinque, di cui due uccisi.

I report dell’associazione Cerchio Blu, fondatrice dell’Osservatorio dei suicidi all’interno delle Forze dell’Ordine (ONSFO), parlano chiaro. Tra il 2008 e il 2017, ultimo anno di cui sono disponibili i dati, sono stati 253 i poliziotti che hanno deciso di togliersi la vita, nell’80% dei casi con la propria arma di ordinanza. Con un picco nel 2014, quando i casi sono stati 39 in totale. Lo scorso anno sono morti con la propria arma di ordinanza 9 poliziotti e 5 carabinieri. 188 uomini e donne in divisa negli ultimi 5 anni, di cui 40 solo nell’Arma dei Carabinieri, i cui dati sono 4 volte superiori al dato nazionale considerando la fascia di età tra i 20 ed i 60 anni. Dodici Carabinieri solo nel 2015.

“Un numero preoccupante – spiega ad Estreme Conseguenze Graziano Lori, Presidente dell’associazione Cerchio Blu – perché la media dei suicidi della popolazione generale si aggira intorno a 5 casi ogni centomila abitanti, mentre per le Forze dell’Ordine il dato è praticamente raddoppiato: 9,8 casi ogni centomila appartenenti. Il nostro Osservatorio non raggiunge i dati ufficiali. Nonostante l’esigenza ai fini statistici e di ricerca, in Italia questo non è ancora possibile. Da una prima superficiale comparazione di questi dati rispetto alle informazioni in nostro possesso, possiamo affermare che il nostro osservatorio stima mediamente circa il 45% dei suicidi in meno rispetto a quelli ufficiali del Corpo della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. Per questo motivo, anche su forte impulso da parte nostra in questi anni sono state presentate alcune interrogazioni parlamentari per riuscire ad avere i dati ufficiali da parte delle organizzazioni di polizia”.

Ebbene: 62 sono stati i suicidi tra gli agenti di Polizia (una media di 12 all’anno), 92 tra i Carabinieri (18), 45 nella Guardia di Finanza (9), 47 tra i poliziotti penitenziari (9) e 8 tra i militari del Corpo forestale. La fascia più colpita è quella che va tra i 40 e i 49 anni. “L’età matura – osserva Lori – l’età che dovrebbe essere della pienezza lavorativa”.

Nel biennio 2016 -2017, secondo i dati di Cerchio Blu, i suicidi sono stati in tutto 52: 32 nel 2016 (in testa la polizia penitenziaria seguita dai Carabinieri) e 20 nel 2017, con un picco di 9 suicidi solo nella Polizia di Stato, seguiti ancora una volta a ruota dai Carabinieri. “Non c’è nessun atto d’accusa da parte nostra, i dati sono oggettivi, chiediamo che si cominci a prendere sul serio il fenomeno facendo ricerca. Troppo spesso – ragiona ancora Lori – si tende a sminuire il motivo del suicidio come problema personale/famigliare. Occorre, invece, a nostro parere, monitorare costantemente lo stato psicologico dell’appartenente alle Forze dell’Ordine, mediante una più incisiva azione del Servizio Sanitario, e della figura dello psicologo, che a tutt’oggi, trova ancora scarso accreditamento nei confronti del personale”.

Molto più decisa la posizione di Salvatore Rullo, Maresciallo dell’Aeronautica Presidente Sindacato Militare SIULM, che ad Estreme Conseguenze dice “Sul tema dei suicidi tra le forze armate si latita da anni. L’ultima volta che la politica si è occupata di questo fenomeno ormai accertato lo ha fatto alla Camera dei Deputati, all’interno della “Relazione sullo stato della disciplina militare e sullo stato dell’organizzazione delle Forze Armate”,  nel novembre del 2016. In una relazione di 148 pagine la parola suicidi è citata 3 volte, il tutto in una sola pagina. Questi suicidi passano sotto silenzio, come se fosse solo una “vergogna”. Ma i roboanti comunicati non servono se non si guarda a cosa accade dentro le caserme. Ci si deve interrogare sul “male oscuro” che continua ad abbattersi tra i carabinieri, i poliziotti e i militari, segno tangibile di sicuro malessere che si tenta di tenere nascosto per motivi di immagine, ma che continua a dilagare. Quando gli eventi aumentano in maniera così significativa questa eccezione non comune è un forte segnale d’allarme per tutti. Ogni carabiniere è formato per sopportare tutto ciò che la professione comporta, chi “gli stà vicino” dovrebbe avere la  sensibilità di capire e dare sostegno così come avviene ogni giorno quando i carabinieri danno aiuto e conforto ai cittadini. Non si comprende perché questa sensibilità non si è in grado di applicarla anche all’interno delle nostre fila? Nascondere sotto il tappeto questo grave problema senza avvertire l’urgenza di interrogarsi sulle cause, significa accettare irresponsabilmente l’idea che tutto ciò sia inevitabile o che avvenga per cause imputabili solo alle vittime, tipo questioni sentimentali. Come al solito si vuol sempre far credere che i motivi che inducono a tali gesti vengono attribuiti o riguardano problemi di carattere personale, forse per evitare che vengano cercati dove realmente si nascondono. E’ ora di levare quell’alone di omertà che viene usato quando non si vuole guardare nel proprio interno. I Carabinieri si sentono soli se non aiutati da un’istituzione che democraticamente dovrebbe assumersi l’onere di risolvere i problemi interni. L’ultimo suicidio è stato l’ennesimo grido di aiuto inascoltato che nessuno vuole sentire. Spesso i  colleghi che si uccidono in servizio non hanno neanche l’onore di avere un funerale di “caduto in servizio”, come se il tutto dovesse passare nel silenzio più assoluto. Questi uomini sono come anticorpi che stanno reagendo ad un sistema totalmente autoreferenziale”.

In un messaggio denuncia arrivato a Rullo si leggono cose del tipo “Mi rivolgo a voi poiché noi militari noi possiamo esprimere liberamente il nostro pensiero perchè il nostro status ce lo vieta. Quindi dopo aver fatto appello alla segreteria del Ministero della difesa ora scrivo anche a voi. Mi presento sono un militare dell’esercito effettivo presso il XXXXX  e impiegato da più anni sia all’estero che in patria nell’operazione “strade sicure’. Ed è proprio a proposito di quest’ultima che vi scrivo questa mail. In primis vi chiedo il perché a differenza di altre forze armate noi come esercito siamo gli unici a dover assolvere questa operazione senza il concorso di marina ed aeronautica che in altri paesi europei concorrono anch’esse a difesa del territorio. Come secondo punto vi vorrei chiedere il perche noi solamente chiamati ad assolvere in patria il ruolo di agenti di pubblica sicurezza dobbiamo indossare G.A.P. ( giubbotto anti proiettile ) dal peso sol’esso di quasi 15kg e arma lunga (dal calibro 5,56 il quale uso in città risulterebbe anche dannoso poiché dalla gittata troppo lunga ) e pistola per arrivare ad un peso totale di quasi 22 kg. E’ comprovato che anche un individuo in perfetto stato fisico dopo tre ore che è in piedi immobile “come vogliono i nostri superiori” con 22 kg sulle spalle e sulla schiena non ha più la sua efficienza operativa non essendo più utile alla causa in caso di necessitá. E mi sento di aggiungere che sei ore in piedi con questo peso ci portano incontro a patologie legate alla postura e alla spina dorsale rendendo credetemi il servizio in taluni casi davvero straziante”.

Sebbene la scelta di leva sia volontaria, va detto comunque che i militari, per esempio, sono obbligati a stare in piedi fuori dal mezzo per almeno sei ore al giorno, in qualsiasi condizione atmosferica, senza la possibilità di sedersi o di fare pause, portando addosso un equipaggiamento di oltre venti chili. Chi si sposta o si siede all’interno del mezzo rischia il processo, che può portare al congedo o addirittura al carcere. Turni prolungati e insostenibili, giorni di riposo negati, paghe misere, pressioni e mobbing da parte dei superiori, ci sono soldati che arrivano a non poter usufruire di acqua calda e riscaldamento. Operazioni come Strade Sicure da straordinarie sono diventate una parte strutturale dei compiti dell’Esercito italiano, a fronte di una paga di 800€ mensili di un VFP1 (cioè un Volontario in ferma prefissata di un anno, il primo livello di accesso delle Forze Armate). Per altro un militare dell’operazione, in una situazione di emergenza, non può nemmeno procedere all’arresto e deve attendere l’intervento dei carabinieri e della polizia.
“Un Carabiniere, per esempio – spiega ancora Rullo – difficilmente richiede di essere visitato da uno psicologo o peggio da uno psichiatra poiché stressato, depresso o ansioso, per il semplice fatto che ha paura. Paura che l’Arma lo tratti da non-carabiniere, da persona pericolosa per sé e per gli altri, invece di dargli la possibilità di curarsi, rimettersi in sesto e tendergli una mano per risolvere un problema, anche a costo di mettere da parte l’applicazione pedissequa dei regolamenti e ragionare da semplici uomini che aiutano altri uomini, migliorando di fatto una catena gerarchica fortemente pressante che non lascia spazio ai limiti personali”.

Non servono, insomma, retoriche o frasi di circostanza. Va fatta chiarezza.

Rullo spiega anche lo spinoso tema della nascita del sindacato dei militari, una realtà ufficializzata lo scorso aprile, dopo molti anni di battaglie per il diritto di avere una rappresentanza libera e autonoma, con una storica sentenza della Corte Costituzionale che ha cancellato il divieto imposto ai militari sulla costituzione di propri sindacati, allineando i diritti dei militari italiani a molti altri paesi europei dove da anni i militari possono avere sindacati propri. “I diritti sindacali sono un passo in avanti verso una completa democratizzazione delle nostre Forze Armate e finalmente uomini e donne che indossano una divisa possono essere considerati cittadini lavoratori in uniforme e potranno avere migliori diritti su lavoro, tutela famiglia e salute. Sulla salute, oltre il drammatico tema dei suicidi, non dimentichiamo migliaia, tra morti e malati militari, a causa di Uranio, Amianto, Radon, con le conclusioni dell’ultima commissione inchiesta che rileva sconcertanti criticità nella Difesa che hanno causato malati e morti tra i militari ad oggi senza definire responsabilità e senza tutele sindacali per le vittime”. Nonostante la storia dei sindacati militari in Europa confermi che il sindacato non compromette le gerarchie, la disciplina, l’operatività e tanto meno il servizio, da parte di vertici e comandi generali – dice ancora Rullo- permangono grandi resistenze e pressioni sul sindacato militare.

“Ad oggi sono 12 i sindacati che hanno chiesto al Ministro Trenta l’assenso ad operare a tutela dei militari, come prevede sentenza corte costituzionale, la quale autorizza i sindacati anche prima di una legge che i supremi giudici definiscono necessaria. Il Ministro Elisabetta Trenta può e dovrebbe autorizzare i sindacati subito, come prevede chiaramente la Corte, è nelle sue esclusive prerogative e spero lo faccia rompendo il muro dei palazzi di vertice che resistono fortemente e ritardano l’avvio dei sindacati sperando di fare opera di lobby con la politica o che la legge non si faccia, lasciando donne e uomini in uniforme senza veri diritti e tutele. In Parlamento sono stati presentati dei DDL sul sindacato e si attende con ansia che diventino legge sperando che pressioni di vertici e lobby, all’opera dal giorno della sentenza sui diritti, non inquinino i contenuti di una sentenza storica sui diritti sindacali dei militari”.



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