Aldo Cazzullo prova a stroncare D’Annunzio: una cazzullata indecorosa


Roma, 7 nov – Aldo Cazzullo ha un difetto. Scrive di cose di cui non capisce né poco né niente. Non a caso ha vinto il Premio Nazionale Anpi “Benedetto Fabrizi” – alla “resistenza” Viva l’Italia! Risorgimento e Resistenza: perché dobbiamo essere orgogliosi della nostra nazione (accostamento quello tra il Risorgimento e la guerra civile da far girare nella tomba Vittorio Emanuele, Mazzini, Garibaldi e Cavour) e Possa il mio sangue servire. Uomini e donne della Resistenza. Ma poco male se si limitasse a credere in buona fede o meno che quella farsa finita in tragedia della cosiddetta “resistenza antifascista” sia una cosa seria ed eroica (c’è chi crede che le piramidi le abbiano costruite gli alieni, c’è chi crede alle scie chimiche e c’è chi crede ai partigiani, affari loro). Il guaio è che scrive libri sulla Grande Guerra, argomento di cui è decisamente digiuno: libri pieni di luoghi comuni, dalle decimazioni del cattivone Cadorna (che nell’esercito italiano ci siano state 750 condanne a morte ma nessuna decimazione, come dimostrarono già Emilio Faldella, Alberto Monticone e modestamente anche il sottoscritto) e che stillano buonismo melenso sin dal titolo: La guerra dei nostri nonni. 1915-1918. Storie di uomini, donne, famiglie, in cui ci regala perle del tipo: La Grande Guerra non ha eroi. I protagonisti non sono re, imperatori, generali. Sono fanti contadini: i nostri nonni. Nessun commento, visto che chi scrive è convinto dell’esatto contrario: e che se non si conoscono i Cadorna, i Joggre, gli Haigh, i Diaz, i Boroevich e le loro scelte non si può capire niente di quanto è successo. Ma come detto Cazzullo dispensa luoghi comuni a piene mani.

Ma adesso si è superato: rispondendo a un lettore su Corrierone del 5 novembre se la prende con Gabriele D’Annunzio che il calvo giornalista di Alba definisce enfatico e dannoso. Ma leggiamo le cazzullate: Ma D’Annunzio non fu solo un poeta. Fu una figura centrale nella storia italiana della prima metà del Novecento. Ed ebbe un’influenza nefasta. Non solo contribuì a trascinare l’Italia in una guerra da 650 mila morti. Volle anche combatterla, alla sua maniera: enfatica, autopromozionale, spesso dannosa. Un giorno si fece dare un comando di uomini per prendere il castello di Duino: siccome non si riusciva ad arrivare a Trieste, l’idea era mostrare ai triestini il tricolore. Però da Duino a Trieste ci sono 17 chilometri: se anche l’impresa fosse riuscita, i triestini non se ne sarebbero accorti. Ma l’impresa non poteva riuscire. I fanti italiani caddero sotto il fuoco delle mitragliatrici. Quando il Vate, al sicuro sulla nostra parte del fronte, vede che i pochi superstiti si arrendevano, ordinò agli artiglieri di aprire il fuoco sui «vili»: gli artiglieri lo mandarono a quel paese, e il giorno dopo centinaia di soldati si arresero agli austriaci, nel vedere che le loro vite venivano gettate via in quel modo. Lasciamo stare il pasticcio di Fiume. Va detta una cosa in difesa di D’Annunzio: rimase antitedesco, e finché poté tentò, d’intesa con Margherita Sarfatti, di separare Mussolini da Hitler.” L’ispirazione è chiara: un pezzo di Paolo Rumiz (a Roma si direbbe meglio me sento…) pubblicata su Repubblica il 10 agosto 2013, “Tra fanti e poetastri di retrovia” dove il poetastro di retrovia sarebbe D’Annunzio: Prima lo chiamavano “la fronte”. Poi venne D’Annunzio, che all’assalto con la baionetta non c’era andato mai, e lo ribattezzò “il fronte”. E ora eccola lì quella cosa obbligata a esser maschio dai poetastri di retrovia e dai gerarchi del regime (che c’entra il Regime lo sa Rumiz…nda)

(…) Quota 28, presa per pochi minuti dal maggiore Giovanni Randaccio, in un’impresa suicida istigata da Gabriele D’Annunzio. È la primavera del ’17. L’ufficiale e i suoi uomini sono spinti su una passerella oltre il Timavo, sotto tiro austriaco, con l’obiettivo di tentare un’incursione sul castello di Duino e innalzarvi un gigantesco Tricolore. Un’azione puramente propagandistica, utile solo al poeta, che – invelenito dal fallimento – urla di sparare sui fanti intrappolati che si arrendono e poi ricama letteratura sull’agonia dell’ufficiale, il quale muore – egli scrive – fra le sue braccia, con la testa sulla bandiera. Sì, detesto D’Annunzio. Un narciso incendiario che ha soffiato sul fuoco dell’intervento come nessuno. “Mezzo milione di mangiaspaghetti morti, e che gusto ci ha provato quel figlio di puttana”, così scrive di lui, spietatamente, Ernest Hemingway al ritorno dal fonte del Piave.” Se siete riusciti a non rimettere, ecco come andarono i fatti: nel 1917, sul finire della Decima Battaglia dell’I sonzo, la 3a Armata si è spinta quasi fino a S.Giovanni ma lo sbarramento dell’Hermada è invalicabile. La battaglia è quasi terminata quando il comando supremo ordina al 77° reggimento Toscana, assai provato un assalto “dimostrativo” il 28 maggio i fanti avanzarono per due chilometri, travolgendo le prime tre linee austro-ungariche e sfondando sulla destra dello schieramento. Il giorno seguente la Brigata Toscana raggiunse le foci del Timavo, il piccolo fiume carsico scenario di diverse leggende antiche tra cui quella degli Argonauti alla ricerca del vello d’oro.

Si trattava del punto più meridionale raggiunto fino allora dall’esercito italiano. Già nell’offensiva del novembre del 1916, Giovanni Randaccio, da capitano, alla testa di un battaglione si era lanciato all’assalto del Veliki e del Faiti, dove l’esercito nemico aveva poderose fortificazione, trincee ed era ben agguerrito, facendo sventolare, sulle posizioni conquistate, la bandiera tricolore portata da d’Annunzio sulla linea del fuoco. In seguito a quell’azione era stato promosso maggiore per meriti di guerra. Il 28 maggio del 1917, truppe della 45a divisione furono lanciate verso Duino. I fanti toscani del I° battaglione attraversarono il Timavo su una piccola e instabile passerella in legno sotto il tiro incrociato delle mitragliatrici del 4. Schützenregiment. I soldati che riuscirono ad attraversare la passerella e a raggiungere l’altra sponda dovettero combattere con tenacia per assicurarsi la cima della Quota 28 di Bratina; la conquistarono, ma vennero presi sotto un fuoco micidiale di sbarramento, e vennero investiti dal contrattacco degli Schützen che passarono alla controffensiva.Il battaglione ricevette l’ordine di ritirarsi. Il maggiore Giovanni Randaccio, Gabriele d’Annunzio, con pochi fanti, erano in prima linea sotto una pioggia di proiettili nemici. Portavano con loro la grande bandiera che d’Annunzio avrebbe voluto piantare sulla sommità del castello di Duino.

Dovendo ripiegare, per l’ordine ricevuto dal comando, Randaccio e d’Annunzio, dopo essersi assicurati che i fanti fossero rientrati, rimasti ultimi, stavano attraversando, su una passerella improvvisata, il Timavo, quando Randaccio fu ferito a morte da una raffica di mitragliatrice. Trasportato presso la sezione di sanità, spira poco dopo. Il suo corpo fu avvolto da D’Annunzio in una bandiera tricolore, che il poeta aveva portato con sé durante l’assalto che oggi è conservata presso il Vittoriale. A Randaccio venne concessa la MOVM con la seguente motivazione: Manteneva sempre vivo nel suo battaglione quello spirito aggressivo col quale lo aveva guidato alla conquista di importanti posizioni nemiche. Attaccava quota 28, a sud del Timavo, con impareggiabile energia, e nonostante le gravi difficoltà, l’occupava. Subito dopo, colpito a morte da una raffica di mitraglia, non emise un solo gemito, serbando il viso fermo e l’occhio asciutto, finché fu portato alla sezione di sanità, dove soccombette, mantenendo, anche di fronte alla morte, quell’eroico contegno che tanto ascendente gli dava sulle dipendenti truppe quando le guidava all’attacco. Fonti del Timavo, Quota 28, 28 maggio 1917 . Aveva 34 anni. Randaccio era nato a Torino nel 1884, già decorato con tre medaglie d’argento, ed era una singolare figura d’ufficiale distintosi per l’indifferenza e lo sprezzo del pericolo, al quale si esponeva deliberamene, quasi volesse sfidare la morte: era un comportamento che colpiva ed anche infastidiva i suoi superiori, i quali non riuscivano a comprenderne le vere motivazioni. Il suo era un esempio trascinatore e poi c’era un gran bisogno di eroi in un momento in cui il morale dei soldati dava i segni di cedimento dopo due anni di una guerra terribile.

E ora facciamo giustizia delle scempiaggini del Cazzullo e del Rumiz. Scrive il primo: Un giorno si fece dare un comando di uomini per prendere il castello di Duino: siccome non si riusciva ad arrivare a Trieste, l’idea era mostrare ai triestini il tricolore. E Rumiz: Un’azione puramente propagandistica, utile solo al poeta. Ovviamente sono fesserie. L’attacco fu voluto per conquistare Quota 28 di Bratina, o Kote 28 per gli austro-ungarici, e non certo il castello di Duino. Per Boroevich la Kote 28 era una posizione fondamentale non tanto per la sua modesta altezza ma per la posizione frontale rispetto alla dorsale del Flondar, lungo la quale, in quel mese di maggio gli italiani cercavano di avvicinarsi all’Ermada, pilastro della difesa austriaca di Trieste e da dove i pezzi da 420mm del 4. Festungsartillerie-Regiment “Colloredo Mels” trasportati da Umago d’Istria martellavano le linee italiane. Da Kote 28 era possibile seguire gli ammassamenti della fanteria nell’imminenza di un’offensiva e comunicare i dati di tiro allo schieramento delle artiglierie in posizione sul rovescio del monte. Inoltre chi avesse preso possesso del Promontorio avrebbe potuto puntare verso Duino attraverso il bosco della Cernizza, evitando l’esposizione al fuoco delle mitragliatrici in posizione sopra la linea ferroviaria. La perdita di questo caposaldo avrebbe messo in crisi l’apparato che difendeva lo stretto corridoio tra monte e mare, superando il quale l’avversario avrebbe aggirato il baluardo dell’Ermada, un’evenienza di estrema gravità cheche avrebbe portato alla conquista della città giuliana ed alla vittoria italiana. Altro che azione puramente propagandistica per conquistare il castello di Duino: anche perché Cadorna che, alla faccia dei luoghi comuni era e rimane il miglior generale alleato della Grande Guerra, non avrebbe mai autorizzata una cretinata simile!

Ma l’affermazione veramente ignobile è la seguente:  …il Vate, al sicuro sulla nostra parte del fronte, vede che i pochi superstiti si arrendevano, ordinò agli artiglieri di aprire il fuoco sui «vili»: gli artiglieri lo mandarono a quel paese, e il giorno dopo centinaia di soldati si arresero agli austriaci, nel vedere che le loro vite venivano gettate via in quel modo”. Non è vero niente. D’Annunzio lungi dall’essere al sicuro dalla nostra parte del fronte era stato in prima linea, aveva portato Randaccio al posto di medicazione l’aveva assistito negli ultimi momenti (persino il Rumiz lo scrive: il quale muore fra le sue braccia, con la testa sulla bandiera) , non poté dare nessun ordine di aprire il fuoco sui “vili”, visto che l’ordine di ritirata era arrivato dal comando di Corpo d’Armata, e D’Annunzio non si trovava in retrovia dov’erano le batterie d’artiglieria ma in prima linea, e soprattutto il giorno dopo non si arresero centinaia di soldati. Cazzullo, che scrive di cose che non conosce, confonde i prigionieri fatti nel contrattacco austriaco con inesistenti disertori che nella Toscana non ci furono!

Citiamo la relazione ufficiale sulle Brigate del Regio Esercito: Compiuti alcuni turni di trincea nelle linee di Monfalcone la brigata partecipa all’avanzata di primavera (…) il 77° avanza contro la linea di q. 21- q. 22- ponti del Timavo e dopo più giorni di combattimento accanito occupa le due citate quote spingendo arditi elementi del I/77° oltre il Timavo fino alle trincee nemiche di q.28, ma un violento e poderoso contrattacco nemico travolge quei valorosi che solo in parte possono ripiegare salvandosi a nuoto, mentre i più periscono travolti dalla corrente del fiume. Nella notte del 31 maggio la brigata, che nell’aspra lotta ha perduto 2000 uomini di cui 75 ufficiali, riceve il cambio e si trasferisce a S. Canziano per riordinarsi. Il resto sono balle, o meglio, cazzullate. Il quale dovrebbe prendere in mano la zappa del nonno contadino, e dedicarsi ad attività più utili sebbene meno remunerative. Ma la storia no, per favore. Un’ultima cosa. D’Annunzio non chiamò vili gli eroi del 77°. Li chiamò Lupi. I Lupi di Toscana.

Pierluigi Romeo di Colloredo

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