Riconsegna il Tricolore salvato e custodito per oltre un secolo – Sant’Ambrogio


Il padre Umberto preservò la bandiera di Susegana durante la Prima guerra mondiale, tramandandone la custodia al figlio Giulio, oggi ottantanovenne. E domani Giulio Savoia la riconsegnerà al Comune di Susegana, in provincia di Treviso. Per l’occasione il sindaco di Sant’Ambrogio, paese in cui Giulio abita, ha messo a disposizione un pullman in modo che, oltre a una rappresentanza del Comune (compreso lo stesso primo cittadino Roberto Zorzi), partecipino alla cerimonia anche membri di alcune associazioni di volontariato del territorio e naturalmente il signor Giulio e familiari, per un totale di una cinquantina di persone.
ALTA VALLE dell’Isonzo, 24 ottobre 1917: inizia la dodicesima battaglia dell’Isonzo. All’alba tonnellate di gas tossici si diffondono nell’aria e proiettili di artiglieria iniziano a cadere sulle linee avanzate difese dall’esercito italiano nelle prossimità del paese di Caporetto, oggi Slovenia. Si apre una breccia nello schieramento italiano e dopo una giornata di combattimenti, eroici ma mal condotti a causa di disaccordi e incomprensioni fra gli alti vertici militari mai sufficientemente chiariti, viene dato l’ordine alle truppe di ripiegare.
La ritirata, manovra sempre difficile e complessa, si arresta solamente quattro settimane dopo sulla linea del Piave. Nei giorni convulsi e caotici che caratterizzano quel drammatico evento (nell’ arco temporale che va dal 24 ottobre, giorno dello sfondamento, al 9 novembre, giorno in cui vengono fatti saltare il ponte ferroviario, stradale e la passerella di Ponte della Priula sul Piave) il veronese Umberto Savoia, classe 1887, inquadrato nel 6° reggimento genio, 35a Sezione fotoelettriche, a bordo del suo autocarro Fiat 15 ter ripiega su posizioni più arretrate passando in particolare attraverso il paese di Susegana.
Durante la sosta, il capitano nota che sul pennone del municipio del paese della Marca sventola ancora la bandiera e dà ordine al geniere Savoia di ammainarla per evitare che possa diventare trofeo di guerra delle truppe austro -ungariche che incalzano.
Savoia, animato da forti e sinceri sentimenti patriottici, la ammaina e la ripone religiosamente sul suo autocarro, attrezzato per il trasporto della cellula fotoelettrica.
Nessuno poi gli chiese più quella bandiera che per lui era la sintesi e l’emblema della sua vita e di quella di tanti commilitoni, molti più sfortunati di lui perché avevano sacrificato la loro vita nelle trincee e nei campi di battaglia. Decise pertanto di chiedere l’autorizzazione, puntualmente data per il suo encomiabile comportamento sempre mantenuto, di portarla a casa con sè a perenne ricordo.
NON SE NE SEPARÒ mai e, racconta con orgoglio ma anche con gli occhi lucidi la signora Isa nuora di Umberto e moglie di Giulio, quando in casa per le pulizie primaverili si svuotavano gli armadi, «nonno Umberto» si incaricava di «presidiare» la bandiera fino a quando a fine lavori di casa la riponeva lui, personalmente, con un bacio, nel cassettone.
Umberto Savoia non amava raccontare in famiglia o altrove degli avvenimenti che l’avevano visto protagonista. Ma quando un giorno negli anni Sessanta torna a Susegana con il figlio Giulio per rivedere quei luoghi, ormai irriconoscibili perché trasformati radicalmente in ridenti e ricchi paesi dall’operosità dei cittadini, spostandosi in automobile prova letteralmente un tuffo al cuore nel riconoscere lungo la strada pedemontana la curva a gomito in corrispondenza di un vajo, sulla quale era stato fatto segno dei colpi di mitragliatrice austriaci.
A GUERRA CONCLUSA, Umberto acquista dei mezzi militari, residuati bellici, e inizia l’attività di trasportatore legata principalmente alla realizzazione del Biffis, il canale artificiale per scopi irrigui idroelettrici che inizia ad Ala e termina a Verona-Chievo, opera per quel tempo (anni Trenta) ciclopica. Successivamente entra in possesso, grazie alla moglie, dell’Albergo Tre Corone, di Domegliara, e lo conduce con la famiglia fino alla fine della Seconda guerra mondiale, ospitando, in particolare negli anni del conflitto, ufficiali italiani e tedeschi operanti in zona o in riordino prima della partenza per il fronte russo o per l’Africa.
Il suo impegno fondamentale però è nel mondo della politica: nel 1929 è giudice conciliatore per il Comune di Sant’Ambrogio di Valpolicella. Successivamente, per due mandati, dal 1935 al 1943 è il podestà dello stesso Comune, rispettato ed amato dalla popolazione per le opere sociali realizzate.
La più significativa è stata la costruzione della Scuola d’Arte – siamo in un’area storicamente vocata alla estrazione e alla lavorazione del marmo – che ha formato schiere di ornatisti che hanno adornato chiese e palazzi di mezzo mondo, formato numerosi artisti scultori, e che per il suo fervore artistico imprenditoriale ha costituito nocciolo intorno al quale è sorta la mostra del Marmo e delle Macchine per la lavorazione del marmo.
LA SCUOLA è ancora un fiore all’occhiello della comunità ambrosiana mentre la Marmomacc, diventata di interesse internazionale, è stata assorbita dalla Fiera di Verona. Il figlio Giulio domani si dovrà separare dalla bandiera, ma non ne ha voglia. E si intristisce soltanto a parlarne, ma è fiero di quello che per così tanti anni ha gelosamente custodito. •

Alessandra Vaccari



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