Bormio, Marco Majori ricorda la tragica spedizione sull’Himalaya  – Cronaca


Bormio, 14 settembre 2018 – Un sogno infranto, la perdita di un amico, tanta sofferenza e una spedizione che si è conclusa in maniera tragica. Di questo ha parlato l’alpino militare dell’Esercito Italiano e guida bormina Marco Majori, recentemente rientrato dalla spedizione in Pakistan, che ci ha raccontato a cuore aperto la conclusione, purtroppo senza lieto fine, dell’avventura sul difficile Gasherbrum IV, vetta alta 7925 metri che si trova in Asia, comunemente conosciuta come la montagna «scintillante».

A distanza di sessant’anni dall’impresa di Walter Bonatti e dei suoi compagni, capaci di tracciare una via che non è poi mai stata ripetuta, la spedizione della quale ha fatto parte anche Marco Majori avrebbe voluto salire in vetta al G4 proprio attraverso quel tracciato.«Dopo l’atterraggio ad Islamabad, la squadra ha percorso in due giorni la famosa «Karakorum Highway» con un pullmino fino a Skardu e poi in jeep fino ad Askole. Il 16 giugno siamo partiti per il lungo ed impegnativo trekking nella valle glaciale del Baltoro che ci ha portati – dopo 6 giorni di marcia e 115 chilometri percorsi – al campo base dei Gasherbrum (sono 7 in totale) a 5000 metri. Marco raccontaci ora i primi giorni al «campo base»? «Sono stati giorni difficili, il meteo non ci ha dato tregua. In più di un’occasione abbiamo tentato di raggiungere Campo 1, sopra l’Icefall a 5900 metri, ma siamo riusciti ad arrivarci solo il 2 luglio. Il 10 luglio siamo riusciti a salire al campo 2 a 7050 metri, superando l’insidiosa seraccata degli italiani. L’11 abbiamo esplorato i primi metri della cresta e poi siamo rientrati».

Marco, purtroppo, a questo punto è successo quello che nessuno avrebbe potuto prevedere. «Siamo saliti tutti e quattro verso la cresta, ma dato il fortissimo vento e le basse temperature, prima del colle a 7100 metri abbiamo fatto dietro front. Ora manca «solo» la cresta. Purtroppo nelle «calate» dalla «seraccata degli Italiani»… è successo ciò che nessuno avrebbe mai immaginato. Davanti c’è Maurizio (Giordano) che, appeso alle corde, ha cercato un buon posto per piazzare la seconda sosta, ma ad un tratto un boato ha rotto il silenzio ed un seracco di circa 30 metri cubi si è staccato travolgendolo e facendolo precipitare per circa 100 metri.

Miracolosamente noi siamo rimasti illesi, con grande perizia e sacrificio siamo riusciti a recuperare il corpo del nostro commilitone Maurizio, calandolo fino a quota 6300 metri. Il 12 luglio 2018, dopo aver passato la notte a Campo 1, siamo risaliti e con l’aiuto di Hèrve Barmasse e David Gottler (che vogliamo ringraziare per la squisita collaborazione) siamo riusciti a portare il corpo di Maurizio in prossimità del Campo 1. Il nostro sogno è infranto. Non c’è ovviamente più l’entusiasmo precedente e a tutti, il ritorno a casa, sembra la cosa più giusta da fare! Il 22 luglio 2018 «sbarchiamo» in Italia con un grande nodo in gola e il ricordo nitido di u compagno validissimo e determinato che è «passato oltre», ma molto lascia a chi resta… grazie Maurizio».



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